NON PLUS ULTRA, ovvero dei limiti e di chi li supera

Bentornati amici latinisti. Non dovrebbe esserci alcun bisogno di spiegarvi l’espressione scelta per questo nuovo appuntamento, dal momento che certo sarete abituati a usarla per descrivere questa rubrica a parenti e amici. Tuttavia la vita c’insegna che è proprio dove dimora l’ovvietà che s’insinua l’ignoranza, perciò fatemi fare il mio sporco lavoro. L’espressione NON PLUS ULTRA è usata ancora oggi per indicare il limite massimo che si può raggiungere, sia in senso positivo (il Signor Ponza è il non plus ultra dei blogger) sia, ironicamente, in senso negativo (la Fabry è il non plus ultra della bontà).

L’espressione significa propriamente «non più avanti» e, secondo la tradizione mitica, essa fu scolpita da Ercole sui monti Calpe e Abila, rispettivamente sulla costa europea e africana dello stretto di Gibilterra. I due monti, idealizzati figurativamente come due colonne, le celebri «Colonne d’Ercole», rappresentavano la frontiera del mondo civilizzato e, in senso metaforico, il limite della conoscenza. Ma cosa ci faceva Ercole da queste parti? Qui viveva il gigante Gerione a cui Ercole doveva rubare i bellissimi buoi (è la decima delle sue famose dodici fatiche). Compiuta la missione Ercole si rimette in cammino verso casa ma trova la strada sbarrata. La costa europea e quello africana erano infatti unite ed Ercole, per farsi strada, si creò un varco, l’attuale stretto di Gibilterra, ricorrendo alla sua forza bruta.

Il fatto che ci fosse un limite del mondo conosciuto sviluppò molte fantasie su cosa potesse nascondersi oltre questo limite.

Il più famoso di questi miti è senza dubbio quello platonico di Atlantide, una mitica isola situata oltre le colonne d’Ercole un tempo grande potenza navale che, dopo il fallito tentativo di conquistare Atene, sarebbe sprofondata nel mare. Al di là di questo e altri racconti utopistici, le fonti ci parlano di numerose spedizioni che si avventurarono oltre le colonne d’Ercole – ahimè con l’intento pragmatico di cercare nuove rotte commerciali piuttosto che quello illuministico della sete di sapere -, molte delle quali non fecero mai ritorno.

La maggior parte di queste spedizioni pionieristiche si devono ai Fenici, tra i popoli antichi il più dedito alla navigazione e ai commerci, come dimostra l’altra grande civiltà erede dei Fenici, quella Cartaginese. Agli ordini del faraone Nekao, essi furono i primi, nel VII sec. a.C., a circumnavigare l’Africa. Partiti dal Mar Rosso, scesero lungo la costa orientale dell’Africa, doppiarono il capo di Buona Speranza, risalirono lungo la costa occidentale e, varcate le colonne d’Ercole, entrarono nel Mediterraneo. A loro si deve l’acquisizione che l’Africa era interamente circondata dalle acque.

Tra queste spedizioni merita senza dubbio di essere ricordata quella del povero Sataspe. Costui era un nobile persiano che aveva violentato una vergine, figlia di un altro illustre persiano. La pena stabilita per questo crimine era l’impalamento, tuttavia Atossa, la madre di Sataspe e zia dell’attuale re persiano Serse, lo pregò di concedere una punizione alternativa per il figlio: la circumnavigazione dell’Africa, partendo dall’Egitto e terminando nel golfo arabico. Sataspe salpò, varco le colonne d’Ercole e si diresse verso sud fino all’altezza dell’attuale Sierra Leone, dove disse di aver costeggiato «un paese abitato da uomini piccoli vestiti di foglie di palma», probabilmente i Pigmei; qui, forse a causa dei venti contrarî, non riuscì a proseguire la navigazione, perciò fece retro-front. Tornato alla corte persiana cercò di spiegare che la nave si era bloccata e non c’era modo di farla avanzare, ma Serse non prestò ascolto a tali giustificazioni e lo fece impalare.

Sapete bene quanto io ami i parallelismi e le simmetrie, perciò dopo aver citato il caso di un navigatore barbaro diretto a sud, ora vi parlerò di uno greco diretto a nord. L’episodio in questione è quello di Pitea di Marsiglia, antica colonia greca. Partito dalla sua città e varcate le colonne d’Ercole, Pitea si dirige verso nord, lungo le rotte commerciali da cui si dicevano provenire materiali preziosi, come lo stagno e l’ambra. Dopo aver costeggiato la Spagna e la Francia, giunge al litorale della Britannia e s’insinua nel mare che la separa dall’Irlanda (è il primo a parlare di quest’isola che dice abitata da cannibali), fino ad arrivare all’estremo nord dell’attuale Scozia. Da qui in poi la rotta di Pitea diventa misteriosa. Egli riferisce di essere giunto nell’estremo nord alla mitica isola di Thule, la cui collocazione è controversa: secondo alcuni sarebbe l’Islanda, secondo altri una delle isole dei fiordi norvegesi. Da Thule Pitea si diresse verso est, addentrandosi nel mar Baltico per poi fare ritorno verso casa. E io che uso google maps per girare a Milano.

Tuttavia per noi italiani l’episodio più celebre legato alle colonne d’Ercole è senza dubbio (spero!) quello dell’Ulisse dantesco. Nel XXVI canto dell’Inferno, fra i consiglieri fraudolenti, Dante incontra l’anima del mitico eroe greco Ulisse, che gli racconta del suo ultimo viaggio attraverso le colonne d’Ercole verso l’ignoto:

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi

Quando venimmo a quella foce stretta

Dove Ercule segnò li suo’ riguardi,

acciò che l’om più oltre non si metta

Tuttavia l’entusiasmo di Ulisse non è condiviso dai compagni che dopo anni di guerra e di peregrinazioni in mare voglio tornare a casa. Per convincerli l’eroe ricorre alla celeberrima «orazion picciola»:

considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.

Convinti i compagni il viaggio prosegue lungo la costa occidentale dell’Africa, fino a intravedere la montagna del Purgatorio, nella geografia dantesca collocata al polo sud. Qui la nave viene travolta da una tempesta che causa la morte dell’intero equipaggio di avventurieri. Certo l’Ulisse omerico e quello dantesco sono molto differenti: il primo è l’eroe vincitore che vuole tornare nella propria patria dalla propria moglie, il secondo è l’emblema del desiderio di conoscenza dell’uomo, nell’ottica dantesca destinato a estinguersi se non sostenuto dalla luminosa guida di Dio. Tuttavia, dopo secoli, ancora in Dante le colonne d’Ercole continuano a rappresentare nell’immaginario collettivo il limite oltre cui non è lecito procedere, il non plus ultra.

Salvete et valete!

L'ora di latino

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comments

  • Gelido

    è proprio dove dimora l’ovvietà che s’insinua l’ignoranza

    non vedo l’ora di poter citare questa frase in una conversazione!

  • io quando sento questa espressione riesco solo a pensare alla madre di una poraccia che ad amici doveva fare la sfida per rubare il posto a qualcuno (ricordavo anche il nome della suddetta, ma ormai la vecchiaia avanza… comunque era una cosa come filomena, o calogera…). La gentile signora, in un impeto dettato dalla necessità di incoraggiare la figlia,. le disse “sei il PLUSUTTRA”. sic. Amen.

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