O il botox o la vita!

Non c’è nulla di più corretto che ironizzare sulla mortePerché la svaluta, la svuota, la priva dell’aura sacra, la sdrammatizza, le dice “In fondo non mi fai così paura”.

E chi è crepato, quindi, questa volta?

Tal Fredric Brandt, il DOTTOR Fredric Brandt, un luminare (?) dermatologo delle star, una scienza infusa dell’eterna giovinezza, un uomo in carne, ossa e filler, osannato faro nella notte per tutto lo showbiz americano.

Fredric Brandt

Per darvi un’idea, il compianto Brandt è il responsabile della catastrofe ipodermica che si è scatenata sulla faccia della signora Ciccone negli ultimi anni; avete presente quando venne al Festival di Venezia gonfia come una vescica quando non ci sono turche nelle vicinanze e con gli occhi diagonali? Ecco, quella fu opera delle manine sante del trapassato, che, immagino sotto precise indicazioni della stessa cantante, la trasformò in un ibrido tra Botero e Avatar. E tutti ad urlare “Sei pazzeska, sei bellissima!!11” perché, in fondo, anche noi ormai abbiamo perso il senso del ridicolo.

Madonna Festival del Cinema di Venezia 2011

Gli elementi per un giallo patinato ci sono tutti: il dottore che sembra Donatella Versace con i capelli alla maschia, il suicidio, il botox, Los Angeles, le star che piangono lacrime sintetiche.

Se non fosse che dietro questo evento, così umano e privatamente drammatico, si nasconda una delle insidie più pericolose degli ultimi anni: la vacuità, l’inutilità, la catastrofe imminente che si nasconde dentro chi, per noia o fragilità, rincorre ansimante la propria gioventù che se ne sta andando.

Nessuno conoscerà mai le reali ragioni del suicidio ma voci di corridoio parlando di una forte depressione legata ad una imitazione caricaturale che ne faceva un attore all’interno della serie Unbreakable Kimmy Schmidt ideata da Tina Fey.

E, se fosse vero, il vulnus del fattaccio si farebbe ancora più drammatico: un celebre medico super esposto, che ha cercato la fama, la bellezza(?) e l’immortalità, è incapace di sostenere l’ironia, si sente così offeso, distrutto e drammaticamente ferito da togliersi la vita, da non voler più affrontare il mondo reale.

Sono solo io o dietro a tutto questo leggo una solitudine e una tristezza umana senza precedenti?

È così imbarazzante, svilente e pericoloso giocare con la propria età, perché non è un mero fattore anagrafico, è il simbolo in eterno mutamento del nostro percorso. È il numero che ci ricorda, in fondo, di essere ancora in vita, di avere un paesaggio lasciato alle spalle e un orizzonte futuro da esplorare. E non c’è nulla di male nel voler essere al meglio di sé stessi, non c’è nulla di sbagliato nel voler affrontare il tempo con occhi sereni e la voce di chi ti dice “Ti pensavo molto più giovane!”. Ma il confine tra tutto questo e la patologia è molto sottile, si rischia di cadere nel rifiuto della propria identità, nell’ossessione, della deformità.

Che non è solo esteriore, come gli occhi della Ciccone o gli zigomi di Sabrina Nazionale, ma è un cancro interiore molto più complesso da estirpare, insensibile a punture magiche e laser futuristici.
È cecità, insicurezza, bisogno costante dell’approvazione altrui, una sorta di bulimia emotiva. E riguarda tutti noi.

Renee Zellweger 2015

È vero, non roviniamo dalle scale ai Brit Awards e al massimo cadiamo dal cubo di qualche localino dell’Oltrepo’ Pavese, ma la malattia è la medesima: ci stiamo abituando non allarmarci, a perdere il senso della misura, a non essere più capaci di determinare il confine tra la bellezza e l’imitazione della stessa.

Finirà male, cari lettori del Ponza: morti suicidi nelle nostre piccole case in affitto con l’aiuto di Findomestic, mentre tentavamo di limare quella piccola rughetta sotto l’occhio destro con l’aiuto della grattuggia per il parmigiano.

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