Breaking Milan: Pilot

Premessa. Non ho visto Breaking Bad ma lo farò. Mi avete così tanto strappato le palle a morsi su quanto sia bello che oramai devo vederlo anche solo per dirvi che ANCHE NO. Poi magari finisce che mi piace, ma questo è un altro discorso. Torniamo a noi però.

 

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Questa storia inizia a fine marzo, su un regionale Napoli-Roma, quando oramai nei pressi della Stazione Termini mi suona il telefono. Una telefonata che mi cambia la vita per sempre. Da quella telefonata infatti inizia un processo di recruiting che nel giro di 12 giorni mi ha portato ad essere preso per un programma di talent-scouting in una multinazionale con sede a Milano. Già, Milano, a me che ho sempre visto in Roma il posto dovrei avrei messo radici prima di andare a vivere negli Stati Uniti. A me che Milano l’ho sempre guardata con una certa diffidenza, con una sorta di pregiudizio (immotivato, perché c’ero andato qualche volta solo per assistere a dei concerti). Ma quando l’occasione è così grande e la necessità altrettanto impellente non guardi in faccia a niente e nessuno, prendi il tuo Freccia Rossa e vai.

Se fossimo in un telefilm ora partirebbe un’inquadratura di me davanti al pc che batto i polpastrelli sui tasti. Probabilmente a luci spente, con l’illuminazione bluastra dello schermo del computer sul mio viso, tremolante (l’illuminazione è tremolante, non il mio viso!). Poi mentre l’inquadratura si fa più vicina, io batto sui tasti più velocemente. Poi io smetto di scrivere, alzo lo sguardo e fisso la telecamera con un sorriso un po’ badass un po’ da uno che se la dovrebbe credere molto meno. Poi partirebbe una dissolvenza con una scritta che dice “30 giorni fa…”. E’ proprio così che inizieremo la nostra avv… no, col cazzo, è la mia avventura. La mia avventura in una città dove non ho la mia famiglia, non ho i miei amici, dove ho un lavoro e da poco un gatto.

30 giorni fa ero solo uno studente all’ultimo anno di specialistica in Comunicazione Pubblica e d’Impresa, che pensava alla tesi, ipotizzava un PhD e si chiedeva cosa sarebbe stato di lui dopo il momento in cui la Commissione di Laurea avrebbe chiamato il suo nome in seduta, proclamandolo Dottore Magistrale. Perché diciamoci una cosa, l’Università è confortante. Avere dei compiti assegnati, trovare una propria dimensione e routine tra esami, corsi, fotocopie di libri introvabili e spedizioni alla Indiana Jones alla ricerca di tomi la cui ultima edizione risale al 1978 diventa un prolungamento del liceo che ci protegge per cinque (se siete secchioni come me) o più anni. La mattina rivedi i tuoi amici durante i corsi, più o meno prendete sempre lo stesso posto a destra alla seconda fila di banchi (perché la prima è troppo secchiona anche per me), pranzo in mensa assieme lamentandosi degli orari, dei corsi, degli altri ragazzi, del mondo, della via lattea, di X (dove X è un argomento qualsiasi). Quando arrivi all’ultimo anno di Università però inizi ad avere paura. Una paura sottile, leggera, che ti scivola sotto la pelle e che tu ignori. Man mano che il primo semestre passa però senti la Spada di Damocle. E’ come dormire su un materasso che a destra e sinistra dà sul vuoto e per quanto tu possa avere sogni dorati, appena ti muovi un po’ sai che l’ignoto è dietro l’angolo.

Tendenzialmente ho sempre avuto sempre amici più grandi di me, almeno fuori dall’Università. Sarà perché sono sempre stato un po’ più vecchio dentro. Avere amici più grandi però ti dà alcuni scorci di quello che ti aspetta. Amici che si laureano e che non trovano lavoro. Che vanno a fare i commessi da Zara ed H&M, sentendosi quasi fortunati della cosa. E per quanto tu abbia un curriculum accademico brillante, esperienze di stage prestigiose, ti chiedi se non finirai anche tu a piegare magliette tra un anno. Perché è quello il vuoto, l’ignoto: cosa farai dopo? I sogni che hai coltivato ad ogni esame, ogni volta che hai dovuto stringere la cinghia per pagarti gli studi (perché a differenza d’altri tu hai dovuto fare da te), ogni sacrificio, giornata di merda passata sui libri rimarranno solo sogni o ce la farai? Ecco, la paura di non farcela è una brutta bestia. Una bestia infame e, soprattutto nel mio caso, violenta. Sono sempre stato un ragazzo molto ambizioso, ho sempre dovuto dimostrare agli altri e a me stesso di essere un gradino su. Non ci sono sorprese quindi sul fatto che sia sempre stato il prototipo del Capoclasse, del Rappresentante di Istituto e che mi abbiamo sempre chiesto di entrare in associazioni studentesche o candidarmi per cose del genere. Il problema delle persone come me però è che fallire ti fa paura più di morire. Dover dire “non ce l’ho fatta” è come infilarsi una katana attraverso lo sterno e decidere di farla finita. Immaginate quindi il mio terrore al guardare aldilà della laurea, con un mercato del lavoro che vomita persone più che ingerirne, con tante aspirazioni e una cazzo di paura di fallire.  Gli esseri umani però hanno la grandissima capacità di mentire a sé stessi. Per farlo inventano scuse, si trovano alibi o, come nel mio caso, si mettono tremila paracadute per affrontare il salto nel vuoto. I miei paracadute erano la speranza di una borsa per un PhD e poi una seconda laurea magistrale in Management Strategico di Impresa. Pensate che ho addirittura fatto metà degli esami di quel cdL.

Sul lato personale attraversavo invece un periodo felice. Felice forse è una parolona e per altri assume altri significati, molto più grandi ed emozionanti. Personalmente invece la felicità è qualcosa di meno grande. Non starò qua a tirarvi il pippone sui miei trascorsi perché non siamo a C’è Posta Per Te e perché la rubrica non si chiama “BREAKING I CAZZY MIEY”. Fatto sta che nell’ultimo anno e mezzo ho imparato a dare alla parola felicità un significato meno aulico e più concreto, che mi consentisse di poter dire “sono felice” anche per una serata a ridere con un amico, per un bel libro letto, per una soddisfazione accademica o perché il barbiere mi aveva tagliato i capelli come dicevo io. Del resto il pericolo delle parole importanti è sempre quello, che le idealizziamo, miticizziamo e pompiamo così tanto che non accade altro che le allontaniamo da noi, le rendiamo inarrivabili (vi quoto Flaubert “Non bisogna toccare gli idoli, la doratura resta sulle mani”, se volete capire che intendo). Che senso ha il concetto di felicità se poi non possiamo mai dirci felici senza sentirci presuntuosi nel farlo?

Fatto sta che era un periodo felice. Avevo il mio gruppo di amici che amavo/odiavo, con cui si usciva e in cui venvia voglia di prendersi a schiaffi sulle labbra un giorno sì e l’altro pure. Personalmente imparavo a rendermi conto di non essere un bidet in ceramica, apprezzare il mio riflesso una volta ogni tanto ed essere più sicuro della mia capacità di affascinare anche altri esseri umani che non catalaghereste nella sezione “CASI UMANI” della popolazione mondiale. Uscivo di casa abbastanza spesso, andavo a mangiare fuori ogni tanto, mi divertivo ad andare con i miei amici a ballare qualche volta al mese e tutto sembrava aver preso il ritmo serrato di un equilibrio. Ma io non credo negli equilibri. Perché gli equilibri sono fatti per essere stravolti e per quanto ci vogliamo aggrappare ad essi, non siamo creature che sanno accontentarsi. Beh, sì, perché accontentarsi è il primo presupposto per vivere bene in un equilibrio: esisterà sempre qualcosa di meglio, qualcosa di più bello, qualcosa che vorremmo cambiare nella nostra vita, ma ci accontentiamo pur di salvaguardare i nostri equilibri. Vorrei citare Cartesio e la teoria dei Vortici ma non ho fatto filosofia quindi non me la meno.

Il mio equilibrio però si rompe su un treno Napoli-Roma, con gente che urla e ride, con la stazione Termini che si avvicina e con me che penso al compleanno dei trent’anni di uno dei miei più cari amici. Si frantuma quando accetto la chiamata e supero la fase di selezione telefonica. Non ne rimane più niente, nemmeno una traccia, quando mi comunicano che dopo tre giorni sarei dovuto andare a Milano per l’assessment.

 

solodallamente

Nella prossima vita voglio rinascere in grado di scrivere biografie accattivanti, per il momento mi limito a confermarvi che sono troppo intelligente per essere anche bello e che nella vita quello che conta davvero è la pizza. Il mio animale guida è Taylor Swift, con la quale condivido la dote di essere odiato da tutti (a ragione).

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